INDIA

Storia

Sulle origini della civiltà indiana non si sapeva nulla fino ad alcuni decenni or sono. Solo nel 1924, infatti, nel corso di scavi archeologici effettuati nella valle dell’Indo, sono venuti alla luce i resti di quattro città che risalgono al 3000 avanti Cristo. Ciò dimostra che già in quell’epoca remotissima vi era in India una fiorente civiltà.

Ma verso il 1800 avanti Cristo, dalle zone steppose dell’Asia centrale si riversarono in India le prime tribù di Ariani. Numerose altre ondate giunsero nei secoli successivi, fino al 1000 avanti Cristo. Questo popolo si fuse con quello indiano e ne assimilò la civiltà, la religione, che era il Brahamanesimo, e l’organizzazione sociale, che era basata sulla suddivisione in 4 caste: la Brahamana, dei sacerdoti; la Ksatria, dei guerrieri; la Vasia, degli agricoltori; la Sudria, che comprendeva tutto il resto della popolazione.

Dal 1000 al 500 avanti Cristo gli Ariani furono impegnati a consolidare le loro conquiste, che si estendevano dalla valle dell’Indo fino all’attuale Golfo del Bengala.

A cominciare dal VI secolo avanti Cristo ripresero in India le invasioni straniere. Infatti, durante il periodo compreso fra il VI secolo avanti Cristo e quello V dopo Cristo, giunsero in India successivamente i Persiani, i Greci, gli Sciiti e gli Unni.

Per oltre tre secoli gli indiani fecero fronte, con successo, ai tentativi di invasione da parte degli Arabi. Ma dal 1000 dopo Cristo un altro popolo musulmano, cioè i Turchi, riuscì a stabilirsi nelle regioni dell’India settentrionale. Da qui poi estesero il loro dominio alle vallate dell’Indo e del Gange, dove costituirono parecchi sultanati, il più importante dei quali fu quello di Delhi.

Molte furono le insurrezioni perpetrate da alcuni principi indiani, ma nessuna di esse ebbe esito positivo. Ed i Turchi rimasero in India fino al XVI secolo, quando furono cacciati da un altro invasore: i Mongoli.

I Mongoli avevano iniziato le loro minacce di invasione già tre secoli prima ma si dovette giungere al 1526 per vedere Baber, un discendente del grande Tamerlano, inserirsi quasi completamente in India e fondarvi il famoso impero del “Gran Moghol”, con capitale Delhi.

La città fu poi abbellita da fantastici monumenti e la dominazione mongola coincise con il periodo più splendido di tutta la storia del paese. Ed i Mongoli rimasero in India fino al XVIII secolo, quando, a causa della suddivisione dell’impero in tanti piccoli staterelli, sempre in lotta fra loro, iniziarono la decadenza di tutta l’organizzazione. Queste lotte intestine attrassero l’attenzione di alcune potenze europee, come il Portogallo, l’Olanda, la Danimarca, la Francia e l’Inghilterra, che già frequentavano le coste del paese con i loro già sviluppati commerci. Queste potenze intuirono la possibilità di acquisire qualche dominio sul territorio ed intervennero. La nazione che per prima seppe approfittare del momento giusto fu la Francia, nel XVIII secolo, verso la fine.

Ma in breve tempo tutte le conquiste ivi operate dalla Francia caddero nelle mani dell’Inghilterra. E questa ebbe dapprima a che fare con le insurrezioni degli indiani, che presto domò; poi in meno di un secolo riuscì ad allargare il suo dominio fino all’isola di Ceylon (oggi Sri-Lanka).Quando nel 1862 morì l’ultimo imperatore mongolo, l’Inghilterra fu padrona assoluta di tutta la penisola. E dopo ancora 14 anni l’India fu proclamata Impero dell’Inghilterra. La prima imperatrice fu la regina Vittoria che, però, fu rappresentata sul posto da un vicerè.

La capitale inizialmente fu Calcutta ma poi, dopo il 1911, divenne Delhi. Moltissimi furono i problemi che si proposero subito agli inglesi, se volevano sfruttare al massimo le potenzialità del paese. Dovettero essere costruiti ponti, strade, ferrovie e porti ma, soprattutto, bisognò migliorare le misere condizioni in cui il popolo viveva.

Nonostante tutto ciò gli indiani non si rassegnarono alla dominazione inglese. Essi desideravano l’autonomia. Verso la fine del XIX secolo, dopo che dal 1880 al 1885 alcuni moti insurrezionali si erano verificati, in India si costituì il “Congresso Nazionale Indiano”. Questo riunì alcuni fra gli uomini più potenti del paese, i quali erano decisi a raggiungere l’indipendenza ad ogni costo.

L’Inghilterra, allo scopo di sedare gli animi, concesse maggiore libertà politica al popolo e favorì l’ingresso di alcuni funzionari indiani nell’esercizio del governo. Ma ciò non fu sufficiente a soddisfare la sete di libertà del popolo indiano e nel 1906 il Congresso dichiarò formalmente che tutti gli indiani avrebbero lottato strenuamente fino al raggiungimento dell’indipendenza totale del paese.

Sperando che l’Inghilterra fosse grata all’India, concedendo l’indipendenza, gli indiani durante la prima guerra mondiale si erano schierati al fianco della Corona inglese. Si verificò invece il contrario ed allora fu posto a capo del Congresso il Mahatma Gandhi, animatore intelligente ed instancabile di tutti i movimenti di rivolta contro gli inglesi.

Nell’estate e nell’autunno del 1921 scoppiarono delle rivolte per opera degli indiani Mophlas, nel sud; nel dicembre questi accolsero molto freddamente la visita del Principe di Galles. Poi i disordini continuarono con caratteri di riscossa nazionale, sotto la direzione di Gandhi, assertore della lotta “non-violenta”. Una soddisfazione ebbero gli indiani alla Conferenza Imperiale di Londra del novembre 1923, quando in contrasto con i delegati dell’Africa Australe, ottennero il riconoscimento della nazionalità britannica ed il diritto di voto.

Fra gli atti di ribellione rientrarono le sommosse di Sholapur del 1925, di Calcutta del 1926, di Khamagpur e di Patna del 1926. Alla fine del 1929 il nazionalismo gandhiano dimostrò la potenza della sua organizzazione con manifestazioni serie e legali, per cui il viceré in carica promise la costituzione dell’India in dominio autonomo, il 5 novembre 1929. Nelle annate seguenti le agitazioni furono coordinate da Gandhi nel senso dell’indipendenza assoluta dell’India dalla Gran Bretagna: così infatti furono il “Congresso Panindiano” del 1929, la “Marcia dei Martiri” iniziata da Gandhi il 12 marzo 1930, partendo dal Monastero di Satyagraha, le Conferenze della “Tavola Rotonda” del 1930 e 1931 con l’intervento di Gandhi alla seconda.

Gandhi fu arrestato per l’estendersi e l’intensificarsi dell’agitazione a Paona, Karaci, Bombay e Sholapur, sempre nel 1931. Egli rimase fermo nei suoi propositi e dopo poche ore fu liberato. Il 24 febbraio dello stesso anno rinnovò l’ordine di boicottaggio dei tessuti britannici. Un immediato colloquio fra Gandhi ed il viceré Irvin condusse alla “deroga del monopolio del sale” in tutte le zone costiere. Nell’aprile arrivò un nuovo viceré: Willingdon. Quattro mesi dopo Gandhi partecipò a Londra ad un’altra conferenza della “Tavola Rotonda”, ma senza risultati.

Nell’agosto del 1935 il Regno Unito elargì la Costituzione, che doveva essere efficiente nel 1937, basata sul principio federale. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale i contrasti si intensificarono. Gandhi propose con sempre maggiore convinzione la libertà assoluta dell’India e la pacificazione interna fra indù ed islamiti. Un altro movimento, più estremista, venne alla ribalta, promosso da un’altra personalità di spicco della politica indiana, Jawaharlal Nehru e dal suo discepolo Subhas Chandra Bose, in contrasto con Gandhi in relazione ai mezzi di lotta.

E con la seconda guerra mondiale si aprì una parentesi, come era accaduto nella prima. Intanto già dal 1937 era stata separata dalla India britannica la vasta zona della Birmania; ne era stata fatta una colonia con la speranza di poterla sottrarre al dominio inglese.

Alla fine della guerra si ritrovarono in India rafforzati i nazionalisti. L’India nel 1945 ebbe un governo provvisorio con la promessa di una Assemblea Costituente al fine di portare il paese al rango di uno Stato Federale libero ed indipendente, ma con una stretta collaborazione con il Commonwealth. Ed il 19 luglio 1947 il re Giorgio VI d’Inghilterra firmò la legge che riconosceva l’indipendenza dell’India.

Il 15 agosto l’India fu divisa in due complessi federali ma dai limiti non ben definiti: l’Indostan, indù, ed il Pakistan, musulmano. Il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi un giovane indù, avversario della politica della pacificazione, uccise Gandhi. Questo tragico episodio segnò la fine dell’idea dell’unità indiana. Il 2 giugno 1948 re Giorgio VI rinunciò formalmente al titolo di Imperatore delle Indie. Ciò consentì ai due stati indipendenti “repubblicani” di restare associati al Commonwealth britannico, cioè ad una comunità avente per capo un re.

Le prime elezioni generali della storia dell’India si ebbero nel 1951/52. Ad esse partecipò il 60% dei 173 milioni di elettori poiché la gran parte del popolo era analfabeta. La vittoria andò al Congress Party e non solo al Parlamento centrale ma ad ogni Assemblea di ogni stato.

E gli uomini preposti alla conduzione del paese, guidati da Jawaharlal Nehru, iniziarono la loro opera sapendo che bisognava cominciare proprio dalle fondamenta. Le prime riforme furono applicate nel rispetto dei millenari usi e costumi del popolo e della sua profonda coscienza religiosa. La prima di esse riguardò l’uso della lingua. Fu stabilito che lingua ufficiale fino al 1965 sarebbe stata l’inglese ma dopo esclusivamente quella “hindi”.

Questa fu scelta perché maggiormente diffusa fra tutte quelle usate nei vari stati dell’Unione. Ma le contestazioni furono talmente gravi che per non rischiare la divisione delle popolazioni si stabilì che l’inglese poteva continuare ad essere usato come lingua ufficiale anche dopo quella data. Strettamente collegato al problema della lingua ci fu quello della riorganizzazione dei vari stati, in tutto 29, tutti elencati nella Costituzione. A tale scopo fu istituita una speciale “States Reorganization Commission”.
Per prima cosa si eliminarono alcuni stati e se ne crearono altri, ma di tutti furono definiti i confini. Queste operazioni durarono per tutto il tempo della prima legislatura.

In politica estera l’Unione Indiana intavolò dialoghi con la Francia ed il Portogallo per riavere i propri possedimenti. Con la Francia il problema fu risolto pacificamente ma non con il Portogallo. L’India, sempre fedele alla politica della “non-violenza”, non volle correre rischi di innescare scontri armati, perciò rimandò le questioni con il Portogallo ad altra epoca.
Il problema che invece destò molte preoccupazioni si ebbe con il Pakistan a proposito della regione del Kashmir di cui l’India possedeva già i tre quarti.

Le Nazioni Unite da vari anni stavano suggerendo di indire un plebiscito in modo che la popolazione stessa potesse fare la sua scelta. Senza di ciò i rapporti rimasero tesi ma andarono migliorando verso il 1960 quando fra i due paesi fu firmato un accordo che regolava lo sfruttamento idrico dell’Indo.

Per quello che riguardava i rapporti con gli altri paesi, l’India, che aveva necessità di aiuti economici da ambedue i blocchi esistenti, preferì adottare il “non-allineamento”.

Intanto nel 1957 si erano tenute le seconde elezioni e questa volta la popolazione chiamata alle urne era aumentata. Si ebbero 193 milioni di elettori e la vittoria andò al Congress Party, ma non in tutti gli stati. Infatti da questa vittoria non furono raggiunti il Kerala, l’Orissa, il Bihar, il Panjab, l’Uttar Pradesh e Bombay, dove conquistò la maggioranza il partito comunista che divenne, quindi, il secondo partito dell’Unione.

Il lavoro dello sviluppo economico e sociale compreso nei piani quinquennali, assai importante, dovette essere momentaneamente rallentato quando scoppiò la rivolta nel Tibet. Allora il governo dovette affrontare vari scontri alla frontiera himalayana con le truppe della Cina popolare le quali, in breve tempo, giunsero di vittoria in vittoria, fino alla valle del Brahamaputra. A questo punto la Cina, vittoriosa, dichiarò il “cessate il fuoco” unilateralmente e si ritirò nei propri territori.

Invece qualche successo militare era stato ottenuto contro i portoghesi per la riconquista di Goa. In ogni caso, dopo questi avvenimenti bellici, venne ad essere per sempre smentita la politica indiana della “non violenza”.

Nel maggio 1964 morì Nehru e l’incarico passò a L.B. Shastri, persona non carismatica, che subì l’influsso dell’ala conservatrice del partito.

In quell’anno, a causa di gravi disordini verificatisi nel Bengala orientale, in India si rifugiarono 200.000 indù. Shastri si incontrò col presidente pakistano ma i colloqui degenerarono e nel 1965 si ebbero scontri armati per la non definita  frontiera col Sindh. Le ostilità rientrarono, per merito di un arbitrato. Ma intanto era ritornata alla ribalta la questione del Kashmir. Il Pakistan, il primo settembre 1965 sferrò un attacco contro l’Unione, che rispose nella zona di Lahore. Ci furono accaniti combattimenti che poi rientrarono poiché le Nazioni Unite intervenute, imposero una tregua.L’armistizio fu concluso con la mediazione dell’Unione Sovietica nella Conferenza di Tashken del 4-10 gennaio 1966. Ma il problema rimase. Il giorno dopo la firma dell’armistizio Shastri morì per un attacco cardiaco. Primo ministro divenne Indira Gandhi, figlia di Nehru.

Le si presentò una situazione piuttosto difficile da gestire. La scarsità delle piogge negli anni 1965/66 avevano portato una gravissima carestia; gli studenti nel 1967 manifestarono per il sovraffollamento delle università e per lo stato di indigenza in cui vivevano; fu necessario svalutare la rupìa.

Nel febbraio 1967 furono tenute le elezioni generali e fu evidente il ridimensionamento del partito di governo.
A marzo iniziarono delle rivolte e delle azioni terroristiche a Naxalbari ed in alcune zone del Bengala, che martoriarono il paese per molti anni.

Nel luglio 1969, perdurando le difficoltà finanziarie, Indira Gandhi nazionalizzò le maggiori 14 banche attirandosi l’ostilità dell’ala conservatrice del Congresso, capeggiata dal ministro delle finanze M. Desai.

Il partito si divise in due fazioni che si osteggiarono continuamente in Parlamento, finché nel 1971, con le nuove elezioni, la fazione del primo ministro ebbe una clamorosa vittoria.

Nel marzo-aprile del 1971 l’esercito pakistano stroncò dei fermenti separatisti sviluppatisi nel Bengala. L’India fu costretta a dare asilo ad una gran massa di profughi. Si parlò di circa 10 milioni di persone e ben presto l’India si trovò coinvolta dalla parte dei guerriglieri. Ma col pericolo di una intesa cino-pakistana, l’India si affrettò a concludere un trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica che subito inviò importanti forniture militari. Così rafforzata, l’India entrò nel territorio, combatté una breve vittoriosa guerra e costrinse le forze pakistane alla resa. Era il 16 dicembre 1971 e nacque, fra mille difficoltà, il nuovo stato del Bangla Desh.

Fra il 1972 ed il 1975, con diversi accordi, si arrivò al rimpatrio dei prigionieri di guerra. E con la fine della guerra finì anche l’equidistanza dell’India dai due blocchi.

Ancora una grave siccità nel 1973 e la crisi mondiale del petrolio, portarono in India una situazione economica tra le più preoccupanti.

Ai primi del 1977 Indira Gandhi, dopo aver proclamato e poi tolto lo stato d’emergenza, si trovò a fronteggiare una serrata propaganda elettorale da parte delle opposizioni.

Ed infatti nelle elezioni del marzo il Partito del Congresso subì una netta sconfitta e la Gandhi non fu neppure rieletta.
Il 24 marzo entrò in carica un nuovo governo capeggiato dall’ottantenne Morarji Desai, antico discepolo del Mahatma Gandhi e capo del Partito Janata.

In questo periodo furono presidenti dell’Unione Indiana:
- dal 1962 al 1967: il filosofo S. Radhakrishnan;
- dal 1967 al 1969, morto in carica: il musulmano Z. Husain;
- dal 1969 al 1974: V. V. Giri;
- dal 1974 al 1976, morto in carica: un altro musulmano Fakhr ud-din Ali Ahmad;
- dal 1976: B. D. Jatti.

Dopo la sconfitta elettorale dl 1977 la Gandhi fu accusata di abuso di potere e messa in prigione. Ma solo per alcuni giorni. Poi, appena liberata, ed espulsa dal partito, ne compose un altro che chiamò “Indian National Congress” e che nel 1980, vincendo le elezioni, la riportò al potere.

In politica estera l’Unione Indiana cercò di migliorare i rapporti con gli Stati Uniti ma con scarsi risultati. Andarono meglio, invece, quelli con il Bangla Desh perché fu trovata la soluzione al vecchio problema dello sfruttamento delle acque del Gange, poi quelli col Nepal, con l’Unione Sovietica e con la Cina; con questi stati furono portati a buon fine degli accordi di cooperazione.

Indira Gandhi potè registrare  ancora successi in campo internazionale allorché ebbe per l’India la presidenza in due conferenze a Delhi, una del Commonwealth ed una dei paesi “non-allineati”. Poi, però, segnò il passo l’amicizia con l’Unione Sovietica quando questa invase l’Afghanistan.

In politica interna Indira Gandhi dovette fronteggiare, oltre ai dissesti economico-sociali, anche alcuni conflitti religiosi nelle zone dell’Assam, Jammu e Kashmir. Ma chi le procurò maggiori preoccupazioni fu il Panjab, dove i Sihk, cioè i “puri”, nel giugno del 1984 chiesero addirittura la creazione di un loro stato autonomo. La Gandhi dovette inviare truppe contro il tempio di Amrtsar ed altri 29 tutti presidiati da Sihk armati. Si contarono centinaia di morti fra cui il capo dei fondamentalisti J. Singh Bhindranvala.  Tutti gli elementi Sihk di governo, militari e di tutti i settori, si ritirarono dalle loro cariche. Era il 31 ottobre 1984 ed Indira Gandhi rimaneva vittima di un attentato, sempre di matrice Sihk. Le successe al governo, tra disordini e contestazioni, il figlio Rajiv che ottenne una buona accoglienza di popolo, anche se non molto esperto politicamente.

Ma ai confini con le zone secessioniste ci furono sempre vari conflitti che si rinnovarono di regione in regione fino quasi all’inizio degli anni novanta.

Con il Pakistan in particolare tornava sempre alla ribalta la questione del Kashmir.

Nel 1988, però, Rajiv Gandhi si era incontrato col primo ministro pakistano Benazir Bhutto e con  l’occasione si era firmato un accordo con il quale i due paesi si impegnavano a non iniziare attacchi nucleari.

Buoni trattati commerciali si firmarono anche con la Cina, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Questi ultimi esportarono in India soprattutto tecnologie informatiche.

Rajiv, nonostante i suoi successi, fu contestato per aver avviato una certa privatizzazione e liberalizzazione del mercato, cosa sollecitata anche dal Fondo Monetario Internazionale.

Questa situazione provocò l’aumento dei prezzi dei beni di consumo e, quindi, difficoltà per i ceti bassi della popolazione. Di conseguenza, manifestazioni di scontento, in aggiunta a problemi religiosi con i fondamentalisti delle varie correnti, aiutarono a cadere il governo già indebolito da uno scandalo, detto di Bofors, dal nome della ditta svedese che aveva versato enormi tangenti per assicurarsi l’esportazione di materiale bellico.

Le elezioni del novembre 1989 decretarono una seconda storica sconfitta del partito di Gandhi.

Si ebbe un governo di coalizione capeggiato da V. Pratap Singh. Egli tentò di riformare l’amministrazione pubblica e si attirò subito le contestazioni popolari. Nell’ottobre 1990 scoppiò una violenta disputa fra indù e musulmani per una moschea del XVI secolo in disuso che gli indù volevano abbattere perché posta su un antico tempio di Rama, di cui progettavano la ricostruzione.

Oltre a tutto ciò, si complicò di più la già precaria situazione economica per il rientro in patria di oltre 140.000 profughi a seguito della guerra del Golfo tra Iraq e Kuwait.

Questa guerra portò una profonda crisi nel governo a causa della concessione di uno scalo nell’aeroporto di Bombay ad aerei statunitensi diretti in Iraq, in violazione della neutralità del paese.

Il diritto di scalo fu revocato, la crisi passò ed il governo arrivò alle elezioni del 20 maggio 1991.

Rajiv Gandhi stava riconquistando voti quando il giorno dopo si ebbe la notizia della sua morte dovuta ad una bomba al plastico fatta esplodere da un terrorista suicida. Si scoprì che gli attentatori erano le famose “Tigri del Tamil” che non avevano perdonato a Rajiv un intervento militare nello Sri-Lanka del 1987.

Le elezioni subirono un ritardo di qualche giorno poi il 12 giugno furono completate e riportarono, con una crescita moderata, al potere il partito di Indira, ed il  governo fu presieduto da P. V. N. Rao, succeduto a Rajiv nella guida del partito dopo che la sua vedova, l’italiana S. Maino, aveva declinato l’offerta di successione.

Il nuovo governo affrontò la situazione economica adottando misure drastiche e suscitando, naturalmente, il malcontento ovunque. Disordini sociali di vario genere funestarono i primi anni novanta. In compenso si poterono ottenere accordi commerciali con gli Stati Uniti che si impegnarono a sostenere, con sostanziali aiuti finanziari, la liberalizzazione del mercato dell’Unione Indiana.

In campo internazionale l’Unione vide accrescere il suo prestigio quando, come membro “non-permanente” del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, varò l’embargo nei confronti della Libia, il primo aprile 1992.

All’interno, invece, un po’ ovunque ci furono conflitti religiosi che provocarono molte vittime. In seno al governo si verificarono vari scandali per corruzione, che costarono le elezioni del 1996.

Il nuovo governo di coalizione, fra tredici partiti di sinistra, fu affidato a H. D.  Devgoda, capo del “United Front”.

Egli, politico di statura regionale e non proveniente da una casta superiore, riuscì a formare un esecutivo con l’appoggio esterno dell’Indian National Congress. Ma questo, nel marzo 1997, tolse al governo il suo appoggio in quanto, dopo le dimissioni di Rao da capo del partito, era stato sostituito da S. Kesri, avversario del primo ministro.

Devgoda si dimise ed entrò in vigore un altro governo di minoranza, presieduto da I. Kumar Gujral. Quest’ultimo diede alla politica estera del paese una svolta quanto mai inusuale poiché cercò il miglioramento dei rapporti con tutti i paesi confinanti, anche con gesti unilaterali di collaborazione.

Nel febbraio-marzo 1998 ci furono le elezioni anticipate, vinte dal Bharatiya Janata Party, di matrice indù.

Il 16 marzo entrò in vigore il nuovo governo, guidato da A. B. Vajpayee. Egli, parlamentare da molti anni, era un convinto assertore dell’importanza della cultura indù. Il suo motto: “L’India deve essere costruita dagli Indiani”, era sintomatico di quanto egli andava affermando da tempo a proposito della cultura indù, per niente d’accordo con le tendenze occidentalizzanti.

Tutto questo nazionalismo rinfocolò alquanto i conflitti col Pakistan, nella zona del Kashmir; nella primavera del 1999 si verificarono aspri combattimenti che richiesero l’intervento anche dell’aviazione.

Nel maggio dello stesso anno vennero ripresi anche gli esperimenti nucleari con una serie di esplosioni sotterranee che, se piacquero ai nazionalisti indù, non ebbero l’approvazione di tutto il settore internazionale e meno che mai del Pakistan.

L’opinione pubblica, contraria a questo stato di cose, decretò la caduta del governo e nel settembre-ottobre furono indette nuove elezioni che riassegnarono la vittoria al Bharatiya Janata Party ed ai suoi alleati.